Una vita da 'camallo', il porto di Trieste raccontato da chi ci lavora: "Qui non ci si ferma mai"

C'è Marino Marini, passato, in 50 anni di lavoro, da "bubez" ("apprendista" in triestino), a titolare di un'impresa di spedizioni. Stefano Puzzer invece ha iniziato come facchino, scaricando sacchi di caffè. Poi Michael Pertan, lavoratore precario: il padre gli ha aperto le porte del porto, ma ora sta fieramente camminando da solo. Ancora, Stefano Cornachin: è entrato al Porto di Trieste tramite una agenzia di lavoro interinale, e nel giro di otto anni è diventato coordinatore operativo di Adriafer, la società ferroviaria posseduta al 100% dall'Autorità portuale di Trieste. Ci sono anche Sasha Colautti, sindacalista Usb, e Lory Quadrelli, che lavora come guardiana nel servizio di portierato. Sono le voci che ci raccontano cosa significa, oggi, lavorare al Porto di Trieste, un mondo dove rispetto, solidarietà e orgoglio hanno ancora un valore e dove la coscienza di classe si è risvegliata proprio di recente. Il riferimento è al caso Zeno D’Agostino, il presidente dell’Autorità portuale prima estromesso dal suo ruolo e poi rispristinato proprio grazie alle proteste, in primis dei portuali, che l’hanno difeso a spada tratta per il suo operato, teso innanzitutto a salvare posti di lavoro. Varcando l'ingresso della Torre del Lloyd, inaccessibile ai più, abbiamo scoperto una realtà dove non ci sono Ferragosti, Natali, né Capodanni che tengano: qui dentro non ci si ferma mai. Si lavora 7 su 7, “h24”, notti, mattine, pomeriggi, con la bora o sotto il sole.
 
di Elena Placitelli
Riprese di Andrea Lasorte
Montaggio di Elena Placitelli e Mara Guerrini

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